ADHD: è o non è una malattia?

Metilfenidato

Metilfenidato

ADHD è un acronimo: Disturbo di Attenzione con Iperattività (ADHD nella letteratura anglosassone, DDAI nella letteratura italiana , ADD Attention Deficit Disorder nella letteratura di lingua inglese, ADS Aufmerksamkheitsdefizit Störung nella letteratura di lingua tedesca.

Si parla molto di ADHD negli ultimi tempi sia in Italia che negli USA.

In Italia in ambito scolastico in quanto oggetto, insieme ad altri disturbi dell’apprendimento come la DSA ( dislessia),  di una particolare disciplina normativa, la Direttiva Ministeriale sui BES, Bisogni Educativi Speciali per l’inclusione scolastica del dicembre 2012 che tutti gli insegnanti sono chiamati a seguire con pianificazioni didattiche che utilizzino strumenti compensativi e dispensativi che favoriscano l’inserimento di alunni con particolari problemi socio-ambientali o di apprendimento. Negli USA si discute sia sull’incidenza dell’ADHD in forte espansione, sia sulla credibilità della diagnosi messa in discussione da alcuni ricercatori, sia sul trattamento farmacologico a base di amfetamine e similari.

ADHD é’ un termine medico dato ai bambini che si mostrano disattenti, iperattivi ed impulsivi, è anche il disturbo mentale più comunemente diagnosticato nei bambini. Si tratta di una condizione neurobiologica che si manifesta nei primi anni di scuola, diagnosticata dopo i sei anni, inserita nel 1980 nel DSM III edizione, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali che è il testo standard diagnostico utilizzato dai professionisti della salute mentale e sulla cui affidabilità o scientificità non tutti concordano.

Quale è la percentuale di bambini americani affetti da ADHD?

a) inferiore al 5%, come si riteneva prima degli anni 90?

b) più dell’11% e in aumento, come suggerito dalle statistiche del CDC ( Centers for Disease Control )

c) zero?

La risposta giusta è la 3 : zero!

Lo afferma il neurologo Richard Saul nel suo libro di prossima pubblicazione “ADHD does not exist” e Kyle Smith ha pubblicato sul New York Post un articolo interessante che affronta il dilagante uso di psicofarmaci in età pediatrica ed in adolescenza, farmaci stimolanti prescritti per la terapia della ADHD.

Le ipotesi sull’eziologia dell’ADHD sono tante e non sempre frutto di ricerche rigorosamente scientifiche (ma pare che oggi il metodo scientifico non abbia poi tanta importanza, vedasi il caso Stamina!). Ecco alcune probabili cause:

  • la componente genetica con numerose teorie in continua revisione e correzione;
  • le anomalie della corteccia prefrontale cerebrale che generano circuiti neuronali difettosi coinvolti nei meccanismi dell’autocontrollo;
  • la nascita prematura;
  • l’uso di alcool e tabacco da parte della madre;
  • l’esposizione a elevate quantità di piombo nella prima infanzia.

Tutti questi fattori possono spiegare dal 20 al 30% dei casi di ADHD tra i maschi, ed ancora di meno tra le femmine. Non c’è correlazione tra ADHD e metodi educativi o fattori dietetici, come la quantità di zucchero consumata dai bambini. Spesso c’è anche comorbidità con altri tipi di disturbi ossessivi compulsivi.

Sin dagli anni quaranta si è tentato di dare una definizione univoca e chiara per indicare il comportamento dei bambini iperattivi: “Minima disfunzione cerebrale”, “Sindrome infantile da lesione cerebrale”, “Reazione ipercinetica dell’infanzia”, “Sindrome da iperattività infantile”e, più recentemente, “Disturbo dell’attenzione”. E’ evidente l’incertezza tassonomico-nosologica che gli psichiatri hanno manifestato nel determinare i criteri diagnostici anche da queste molteplici e dubbiose definizioni. Le discordanze permangono, molti studi sono in corso ed alcuni studiosi come il neurologo Richard Saul addirittura negano che si tratti di una malattia.

Dice il dott. Saul che la malattia è sicuramente sovrastimata ed in base all’esperienza personale, dopo una lunga carriera di cura dei pazienti con deficit di attenzione, è convinto che l’ADHD sia un insieme di sintomi, non una malattia e non dovrebbe essere elencata nel DSM. Nei pazienti trattati ha scoperto quasi sempre che c’era un’altra malattia diversa dall’ADHD come la sindrome di Tourette, autismo, sindrome alcolico-fetale, difficoltà di apprendimento o condizioni familiari come abuso di sostanze. In alcuni casi, non c’erano elementi per formulare una diagnosi. Il notevole incremento di diagnosi di ADHD e relative prescrizioni di stimolanti non è senza costi notevoli: effetti collaterali a breve termine sono la perdita di sonno, aumento di ansia, irritabilità e problemi di umore. A lungo termine, l’uso di questi farmaci può portare a perdita di peso, scarsa concentrazione e memoria, persino ridotta aspettativa di vita o comportamenti auto-lesionistici.

Il trattamento dell’ADHD come malattia è un errore enorme secondo Saul che ritiene l’aumento delle diagnosi serve per giustificare l’utilizzo di farmaci-droghe e per accontentare genitori che vogliono i bambini silenziosi e tranquilli.

Nulla di certo per l’ADHD, quindi, ma cosa succede a questi bambini, come vengono trattati?

In Italia il disturbo in età scolastica mostra una prevalenza intorno al 4%. Secondo i dati della letteratura scientifica il trattamento ideale per l’ADHD è di tipo multimodale, cioè un trattamento che implica il coinvolgimento di scuola, famiglia e bambino stesso, oltre ad un intervento di tipo farmacologico. Dal luglio 2013 è autorizzato un approccio terapeutico farmacologico dell’ADHD con il discusso metilfenidato. La commercializzazione del farmaco è partita contemporaneamente ad un Registro dei trattamenti sull’ADHD per garantire un monitoraggio ed un corrretto uso del farmaco. Il metilfenidato è una variante dell’amfetamina, uno stimolante del SNC e figura, nel registro delle sostanze stupefacenti e psicotrope sia nella tabella (I) tra le sostanze stupefacenti ad alto potenziale di abuso, sia nelle tabella (II), tra le sostanze che hanno attività farmacologica e pertanto sono usate in terapia. Viene anche chiamata “pillola dell’obbedienza”.

L’11% dei bambini americani ha ricevuto una diagnosi di ADHD ed a due terzi di questi bambini (più di un milione di bambini) sono stati prescritti i farmaci stimolanti,

I farmaci usati negli USA sono in particolare Adderall e Ritalin, il primo composto da una miscela di sali di amfetamina e destroamfetamina, il secondo da metilfenidato, veri stimolanti che inducono tolleranza e pericolosa dipendenza provocando un incremento di dopamina e noradrenalina nelle sinapsi cerebrali. Vengono anche utilizzati come “smart drugs” o nootropici, in pratica stimolanti cognitivi: farmaci che gente superimpegnata si cala per diventare più efficiente e prendere altri impegni . Nei college ci sono studenti esperti per la sperimentazione nootropica ed in certi ambienti le signore si scambiano “ricette” su come miscelare stimolanti ed alprazolam per combattere jet lag, depressione, stanchezza e ansia.

Negli USA c’è molta preoccupazione tra i medici di base per l’uso di dei farmaci psicoattivi nei bambini e negli adolescenti, dal 1989 al 1996 infatti in America l’uso di Ritalin è aumentato del 600%. Ci sono alcune organizzazioni onlus che stanno preparando class-action per arginare l’abuso di farmaci stimolanti in età pediatrica.

In Italia l’Adderall non è autorizzato, ma sono in aumento le vendite di Ritalin, farmaco che la Novartis aveva ritirato nel 1989 e che ne ha riottenuto l’autorizzazione al commercio l’anno scorso.

L’esperienza americana dovrebbe fornire elementi utili agli italiani sia in ambito diagnostico che terapeutico. Nelle scuole italiane le certificazioni dei disturbi dell’apprendimento sono spesso firmate da psicologi-psicoterapeuti pubblici e privati, la legge n.170 del 2010 per esempio lo consente per la DSA. Per la diagnosi di ADHD, per fortuna, occorre lo specialista psichiatra o neurologo che deve stendere il piano terapeutico da monitorare, dopo un’osservazione clinica che comprende i bravi e volenterosi insegnanti oltre che i genitori. Nel web c’è una moltitudine di questionari che aiutano ad “autodiagnosticare” la patologia e diverse associazioni familiari che orientano sui protocolli diagnostici. 

Concludendo, mentre in America ci si chiede se il prossimo passo sarà la diagnosi ADHD nell’adulto per smerciare più farmaci, la somministrazione del metilfenidato ai bambini sarà presto una preoccupazione anche degli italiani?

Bibliografia:

  • ADHD does not exist” by Kyle Smith – New York Post 
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Ada Di Lecce

Classe 1983. Laureata in "Scienze erboristiche" alla Facoltà di Farmacia "Federico II" nell'ottobre 2009 e successivamente in "Scienze degli alimenti e nutrizione". Nutro gran passione per il magico mondo delle erbe.