Medicine tradizionali e ricerca scientifica: l’inconciliabile struttura di pensiero.

Medicine TradizionaliLe terapie che non fanno parte della medicina convenzionale rientrano nelle medicine alternative, in cui sono comprese tutte le medicine tradizionali appartenenti a diversi popoli e culture: la medicina tradizionale mediterranea, la ayurveda, la medicina tradizionale cinese, la mesoterapia, la massoterapia, l’osteopatia, e tutti quei rimedi che hanno attraversato tempo e popoli, rimanendo tali e quali o a volte migliorati.

La medicina alternativa è utile e sicura se utilizzata coscientemente e sapientemente, dannosa quando utilizzata inconsapevolmente: per speculazione vengono venduti rimedi miracolosi a prezzi esorbitanti, come spesso accade soprattutto dall’uso sbagliato di internet e dei social network che millantano ogni giorno, attraverso blog e articoli, cure miracolose per qualsiasi patologia, innescando, in chi legge, un fanatismo inarrestabile.

La medicina complementare invece si aggiunge a quella convenzionale, che è basata sulla prova, e comprende diverse categorie: massaggi, terapie mente-corpo, musico-terapia, agopuntura, attività fisica, nutrizione e dietetica, piante medicinali e integratori alimentari. La medicina complementare, quindi, non si sostituisce mai alle terapie convenzionali bensì vuole esserne un utile supporto.

Oggi invece si parla di medicina integrativa, che si propone di creare un’unione tra medicina convenzionale e complementare in modo tale da realizzare un sinergismo nell’approccio terapeutico ed una visione olistica del paziente, che porta a un miglioramento nella qualità di vita della persona e del suo benessere psicofisico (il potenziamento dell’effetto benefico è dato ad esempio dall’assunzione contemporanea di preparati vegetali e medicinali).

Attualmente le piante utilizzate dalle medicine alternative e tradizionali sono oggetto di ricerca in ambito scientifico e la farmacologia moderna, a volte confermando e ampliando le conoscenze del passato, a volte limitandone l’uso, stimola e viene stimolata dalla sperimentazione clinica controllata. E’ chiaro che l’uso tradizionale delle piante non solo è valido ancora oggi, ma è spesso superiore alla fitoterapia moderna che si avvale del principio attivo, nonostante le scarse conoscenze scientifiche.

Accanto ad usi pressoché magici e rituali delle piante medicinali (ma che spesso sortiscono i risultati desiderati) ancora presenti presso sia popoli di cultura primitiva che moderni nella civiltà industrializzata, esistono estratti vegetali titolati, standardizzati e purificati di cui conosciamo sempre meglio l’azione, ma a volte la complessità della formula chimica, del fitocomplesso, del meccanismo d’azione di tali medicamenti non fornisce piena soddisfazione alla moderna concezione e conoscenza della medicina; ciò non deve però condurre alla denigrazione delle medicine alternative e tradizionali solanto perché non possono fornire dati alla farmacodinamica o alla farmacocinetica, se così avessimo fatto fino ad ora non ci sarebbe stato sviluppo alcuno.

In tutto il mondo le piante vengono tuttora largamente utilizzate nella cura delle patologie più diffuse senza le conferme scientifiche moderne. Tale scelta è stata avvalorata anche dai grandi organismi internazionali preposti alla difesa della salute pubblica come l’ONU e l’OMS, che hanno promosso le ricerche sulla utilizzazione delle piante medicinali, la classificazione terapeutica delle stesse e l’elaborazione di norme concernenti la purezza dei prodotti e l’attività delle preparazioni galeniche “… allo scopo di consolidare e sviluppare un’importante realtà terapeutica dal profondo significato scientifico, sociale ed economico”.

L’attuale complesso di conoscenze ottenuto nel campo della farmacognosia, associato alle potenzialità diagnostiche moderne più raffinate, permette di porre in atto efficaci cure mediche con estratti di piante medicinali scientificamente ineccepibili e generalmente dotati di un alto indice terapeutico. Per ragioni economiche l’uomo ha, ed ha avuto sin dalla nascita della medicina moderna, sempre la tendenza a separare dalla compagine vegetale di ogni pianta le parti che possono essergli utili, separando i “costituenti attivi” dai “costituenti inerti” per la produzione di “farmaci a molecola pura” che producono, oltre alla loro azione terapeutica spesso energica, la comparsa di effetti collaterali che non di rado incidono negativamente sul paziente. Gli estratti in toto delle droghe invece, accanto ad effetti curativi più blandi e lenti, originano effetti indesiderati spesso irrilevanti o senz’altro più sopportabili e gestibili, contenendo sia “costituenti inerti” che “costituenti attivi”: in realtà questa suddivisione è arbitraria, utile solo ai fini di una classificazione didattica; tali “costituenti inerti” potrebbero invece non esserlo, o perché posseggono un’azione ancora non rilevabile, o perché comunque sono costituenti le cui attività non rientrano e non rientreranno mai nella capacità intellettiva dell’essere umano.

Un esempio viene fornito dalla Potentilla erecta Hampe (conosciuta come tormentilla), il cui tannino isolato e somministrato allo stato puro come antidiarroico, agisce in modo drastico e violento. La droga intera invece ha azione blanda e graduale e risulta più tollerata dai pazienti, risultando, in definitiva, terapeuticamente più attiva. Tale esempio, come molti altri, porta ad una conclusione: il considerare i composti “non attivi” delle piante medicinali come inutili è il risultato di un atteggiamento mentale riduzionista e fatalmente semplificativo nei riguardi dell’ambiente naturale, con il rischio di sottovalutare realtà che ci danno fastidio solo perché difficili da inserire nei nostri sistemi intellettivi. Altro esempio può essere fornito dall’estratto di Iperico: il costituente attivo di questo estratto è l’iperforina, che, come sostanza pura, esplica attività antidepressiva impedendo la ricaptazione della serotonina e dell’epinefrina a livello sinaptosomale. Tuttavia, l’estratto esplica un’attività antidepressiva perché inibisce la ricaptazione della serotonina, dell’epinefrina e della dopamina: è evidente che nell’estratto, oltre all’iperforina, esistono sostanze, almeno per il momento, ignote, che inibiscono la ricaptazione della dopamina. Quindi, l’iperico costituisce l’esempio di un estratto il cui profilo farmacologico è diverso e più completo rispetto a quello del suo costituente attivo noto.

La scienza obbedisce in qualche modo al principio di riduzione, che induce a ridurre il “complesso” a “semplice” al fine di capire un sistema. Esso può accecare e indurre ad eliminare ciò che non è quantificabile e misurabile. Poiché la nostra educazione ci ha insegnato a separare e non a legare, l’insieme delle conoscenze costituisce un puzzle inintelligibile. I grandi problemi umani scompaiono a vantaggio di problemi tecnici particolari. L’intelligenza parcellare, spezza il complesso in frammenti disgiunti, fraziona i problemi; è un’intelligenza miope che finisce per essere cieca. L’iperspecializzazione impedisce di vedere il globale, frammentato in particelle, e l’essenziale, dissolto. I problemi essenziali non sono mai parcellari e i problemi globali sono sempre più essenziali. La cultura tecnico-scientifica disciplinare parcellizza, disgiunge e compartimenta i saperi, rendendo sempre più difficile la loro contestualizzazione. La specializzazione estrae un oggetto dal suo contesto, ne rifiuta i legami e le interconnessioni con l’ambiente, lo inserisce in un settore concettuale astratto in cui le frontiere spezzano arbitrariamente la sistematicità e la multidimensionalità dei fenomeni, una vera e propria scissione con il concreto, privilegiando tutto ciò che è calcolabile e formalizzabile a scapito della complessità. Il significato etimologico di complessità è “fili diversi tessuti insieme”: come hanno dimostrato per vie differenti sia la fisica sia la biologia, la vita non è riconducibile a una sostanza o a una legge, ma è un fenomeno di auto organizzazione estremamente complesso, e il nostro pensiero lineare ben difficilmente può comprenderlo.

Bibliografia:

  • American Cancer Society. Cancer and Complementary Health Approaches.
  • “Medicina Tradizionale Mediterranea” a cura di Luigi Giannelli.
  • “Le Medicine Complementari” a cura di P. Bellavite, A. Conforti, A. Lechi, F. Menestrina, S. Pomari O.M.C.
  • “Fitoterapia” a cura di Fabio Firenzuoli.
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Fabio Milardo

Laureato in "Scienze erboristiche" presso la facoltà di Farmacia dell'Università degli Studi Catania, è stato responsabile di produzione e formulatore in un laboratorio di produzione di integratori alimentari. Tiene corsi di formazione ed è docente del master in "Medicina Integrativa" dell'Università degli Studi di Firenze. Classifica e raccoglie piante medicinali in Sicilia, approfondendo sia l'uso tradizionale che moderno.